Uno come me

Alla fine ce l’ho fatta. In extremis, ma il racconto per il concorso di Alex “Uno squillo da lontano“, è pronto. Non sto qua a dire che non è perfetto e altre minchiate del genere. L’ho scritto di getto dopo una settimana di idee vaghe, scartate perché secondo me troppo ovvie.

Questa non sarà l’alba dell’originalità ma come è accaduto in altri concorsi quando l’ho avuta mi ha dato un certo brivido. Non di piacere, anzi, la vicenda descritta, per quanto veramente in breve, non è di quelle piacevoli da sentirsi addosso. Però andava raccontata e ogni volta che il pensiero ci tornava si rivestiva di qualche nuovo piccolo dettaglio.

Era un bel po’ che non scrivevo, quindi grazie ad Alex che con questo mini concorso è riuscito a strapparmi dal torpore creativo.

Di parole ne ho scritte 497 sulle 500 consentite. L’ultima, come si usa, la lascio ai lettori e al Giudice Supremo del concorso.


 

Uno come me

Il trillo stridulo che Sara ha scelto come suoneria del mio cellulare strappa il silenzio e mi sveglia con una raffica di insulti musicali.
Lo stomaco annodato, leggo l’ora sul display. Le tre.
Squilla ancora, numero sconosciuto.
Rispondo, almeno posso insultare qualcuno.
– Pronto.
– Ciao, scusa per l’ora
– Chi parla?
Salendo le scale ieri sera
– Chi è?
Salendo le scale ieri sera, te la ricordi?
– Andrea? Ma chi si mette a far scherzi a quest’ora?
– Nessuno scherzo. Salendo le scale ieri sera, ho incontrato un uomo
Spengo il cellulare, disattivo la suoneria.
Mi giro dall’altra parte del letto, quella non inumidita dai sudori dell’ansia.
Chi poteva essere? E quella frase, la poesia di Mearns che ho letto a Sara.
La vibrazione annuncia una chiamata in arrivo. Numero sconosciuto.
– Pronto.
– Non ho molto tempo. Dammi due minuti per spiegarti cosa succede. Okay?
In equilibrio tra rabbia e curiosità, accetto.
– Continua.
– Ricordi la frase, gliel’hai sussurrata ieri sera.
– Ma come
– Due minuti.
– Sì.
– Dentro di te sapevi come avrebbe reagito, detesta la poesia, ma ci hai provato ancora. E quando ha iniziato ad annoiarsi c’è stata quella rabbia. Dopo anni che vai avanti così, non riesci a lasciarla. Hai attaccato col solito discorso. Lei s’è messa a piangere e gridare. Allora lo hai notato, in cucina, scintillava sul tavolo. Lo hai desiderato.
– Senti, basta
– Volevi affondarlo nel suo corpo, liberarti di quelle lacrime come delle risate di scherno con le quali ti accoglie. Sa che non la lascerai mai. Sei andato in cucina e lo hai afferrato, ma quando l’hai vista sul divano, le mani tra i capelli e il corpo scosso dai singhiozzi, hai cambiato idea e sei corso da lei. Come sempre.
– Come cazzo fai a
– Io sono te. So che è difficile da credere, ma dovrai, se vuoi capire quello che sta succedendo.
– Aspetta. C’è qualcuno fuori, credo.
– Ascoltami con attenzione, non ti preoccupare del resto.
– Dammi solo un attimo.
– Non ce l’abbiamo. Mi hanno assegnato una finestra, aperta nello spazio e nel tempo. Permette di collegarsi agli altri sette piani della realtà tra i quali il tuo, accedendo a qualsiasi apparecchiatura vi si trovi. Ma funziona per un periodo brevissimo di tempo.
– Cazzo ho sentito qualcosa di là, c’è qualcuno in casa.
– Lo so.
– Chi sono? Perché mi racconti queste cose?
– Avevo bisogno che prestassi attenzione a me. Vedi, io sono te, ma non ce l’ho fatta. Dopo tutti i litigi, gli insulti, l’ho usato, il coltello. Per un po’ sono scappato, ma alla fine mi hanno trovato. Non potevo permettere che mi rinchiudessero, così ho accettato lo scambio. Voi non scoprirete ancora per anni l’esistenza degli altri piani, da noi la Legge ci permette di usarli: abbiamo sei possibilità. In fin dei conti tu sei me, giusto? Diciamocelo, che differenza fa, se ora ti prendono al posto mio?

FINE


 

La poesia citata è Antigonish (aka The Little Man Who Wasn’t There), che ho sentito la prima volta citata in italiano nel film Identità (2003). La trovo sempre sottilmente inquietante e prima o poi penso di ricavarne una foto.
Eccovela.

Yesterday, upon the stair,
I met a man who wasn’t there
He wasn’t there again today
I wish, I wish he’d go away…

When I came home last night at three
The man was waiting there for me
But when I looked around the hall
I couldn’t see him there at all!
Go away, go away, don’t you come back any more!
Go away, go away, and please don’t slam the door… (slam!)

Last night I saw upon the stair
A little man who wasn’t there
He wasn’t there again today
Oh, how I wish he’d go away

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9 thoughts on “Uno come me

  1. Scontato, banale e noioso.
    Tutti sanno dei sette piani, io me ne sono già giocati 3.
    Poi, quello del secondo era veramente uno scemo …
    Eppoi, ammazzare per la poesia: sarà mica una metafora freudiana? Infine, non c’é neanche una scena di nudo! La patonza! Va usata la patonza: è in gran voga, lo sai. Ok, solo 500 parole, ma un po’ di patonza, avresti potuto magari tagliando qua e là, no?
    Tz tz tz …

      

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