Zoran. Il mio nipote scemo

El vin fa allegria, l’acqua s’èl funeral…
Chi lassa el vin furlan,
zé proprio un fiol d’un can.

Circondarsi di persone diverse, per certi aspetti, dal solito sé, ha innumerevoli vantaggi. Tra questi la possibilità di essere trascinato fuori dai propri consueti confini, tragitti e percorsi. Ad esempio a vedere un film che altrimenti avresti come il tuo solito snobbato. Sbagliando di grosso.

E così ti ritrovi una sera, col bagaglio di una giornata discretamente schifosa che pesa parecchio nel quadro di questo periodo nebbioso, a vedere un film di quelli che riesce a farti ridere veramente. Che non capitava da vite intere, di uscire dal cinema soddisfatto, si diceva proprio tra amici qualche giorno fa. Di quanto poco spesso capiti ormai, che sensazioni del genere te le devi andare a cercare con attenzione nella marea dei “sì dai… abbastanza godibile“, dei film per “svagarsi due orette” o del sempre terrificante “staccare il cervello“.

Inoltre non fa mai male scoprire che esiste la possibilità che italiani (italo sloveni, sloveni e anche friulani) recitino bene in pellicole decenti, e che esistono luoghi e persone oltre all’eterna Roma coi suoi personaggi che invadono a ogni ora le nostre televisioni.
In questo Zoran c’è la tua terra. Non quella sotto l’asfalto spesso di Trieste, ma quella che ancora emerge tra città e città, fatta di campi desola(n)ti e piccoli bar sparsi nel nulla, dove si consumano solitudini semplici e intense. Quelle vite che non riesci a capire, che rimangono sempre fuori dal finestro. Tu che passi con l’automobile lanciata oltre al limite urbano (tanto chi vuoi che attraversi qua la strada?), diretto al pranzone/degustazione/cenone con gli amici, e qualcuno inesorabile chiede “ma come si fa a vivere in un posto così? io impazzirei”.
Vero, pure io. Impazzirei probabilmente.

Zoran il mio nipote scemo

Zone rurali. Nel giro di quelli che leggono narrativa “di genere”, sono teatro di vicende del gotico padano (o gotico friulano, in questo caso) per la loro indubbia capacità di mettere a disagio lo spettatore. Spazi troppo aperti e troppo vuoti, cascine abbandonate, malghe disabitate che si sfaldano tra alberi scuri, vecchie aziende, pochi anziani che si muovono con lentezza tra il faticoso lavoro nei campi e i pochi locali dei paesini. Qui in particolare ci troviamo su un confine, che più a oriente non si poteva andare, dove i nomi cambiano dall’italiano allo sloveno.

Zoran il mio nipote scemo

Zoran, comunque. O Zagor, come lo chiama Paolo. Zoran (Rok Prasnikar) che è tutto fuorché scemo, ma ha il difetto di dire quello che pensa e vuole, di essere sincero. E si sa, di questi tempi essere sinceri è essere un po’ scemi, in un mondo in cui chi frega è furbo, l’onesto è l’idiota del gruppo.

Zoran il mio nipote scemo

E Paolo, interpretato dal bravo Giuseppe Battiston, lo zio che “eredita” Zoran e decide di sfruttarne le doti incredibili di lanciatore di freccette. Paolo, pigro, antipatico e con un’eccessiva passione per i tagli di bianco, ingollati a qualsiasi ora del giorno e della notte. Paolo che frega, inganna, sfrutta, e che a conti fatti cerca (pensa) di essere quello furbo per evitare la verità di solitudine e insoddisfazione.

Come tante altre pellicole anche Zoran è un’analisi delle influenze nel rapporto di coppia, tra il forte e il debole, il furbo e lo scemo. Un film che evita di mettere in mostra personaggi pronti a cambiare nel giro di poche scene, che distribuisce con parsimonia i “buonismi”, senza per questo elogiare il bisogno di dramma o esagerare nell’inevitabile lieto fine.

Zoran il mio nipote scemo

Zoran. Il mio nipote scemo, opera prima di Matteo Oleotto, ha dalla sua un buon lavoro registico e una bella fotografia. Non relega paesi e personaggi a tinte fosche, nebbiose e grigie, ma esalta con luci e colori anche l’angolo più semplice, anche i giorni di pioggia e l’atmosfera conviviale delle frasche/osmize tra cori in dialetto e l’odore delle fiasche de vin, che sembra quasi arrivare, acre e vero, alle narici dello spettatore.

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