Ritorno a Bassavilla di Danilo Arona

Ultima recensione recupero, almeno per quanto riguarda le opere del nostro Danilo Arona. Un ultimo libro molto particolare, una raccolta di racconti sospesi tra realtà e fantasia, realizzata da quelle Edizioni XII dove collaboro come impaginatore, per libri e eBook.

E come fondamentale aggiunta, alla recensione di molti mesi fa, vi ricordo che Ritorno a Bassavilla è tra i titoli di Edizioni XII disponibile anche in eBook (ePub, DRM free).

Ritorno a Bassavilla di Danilo Arona

Ritorno a Bassavilla di Danilo Arona

Detesto Danilo Arona, per almeno due motivi.
Il primo è semplice: invidio in modo viscerale la sua capacità di scrivere amalgamando cronaca e fantasia, magia primordiale e tecnologia.
Il secondo è che con questo suo Ritorno a Bassavilla (dove per altro io non ero mai stato, le Cronache mi mancano) è riuscito a insinuare quell’ansia che un numero esagerato di presunti libri “horror” non era riuscito a fare da un bel po’. Roba da decidere che Ritorno a Bassavilla non è libro da cuscino, ma da poltrona in soggiorno ben illuminato.
Che non si formino ombre strane negli angoli, capite?

Trentasei frammenti di un prisma brevi passeggiate nei dintorni di una città sospesa tra le case (reali, fisiche, tangibili) della sua Alessandria e i contorni, che a questa si vanno sovrapponendo, di un’ombra cupa, proveniente da tempi diversi. È la meno conosciuta, ma più pericolosa, Bassavilla.
Un diario non cronologico, affidato a un Narratore legato profondamente a quelle terre, capace di aprire finestre su momenti diversi del tempo e dello spazio.
Trentasei storie in bilico, sul filo della nostra quotidiana realtà. Racconti che germogliano dalle abitudini più comuni: la tv, il cinema, le serate con gli amici.
Vicende che si avvinghiano al lettore, impiantando nella mente il fastidioso seme del dubbio.

Ho il libro qui accanto. Dalla scura copertina le finestre di Bassavilla non sembrano intenzionate a rimanere chiuse a lungo. Sarà l’aver letto di quieti agricoltori trasformatisi in spietati assassini, di sinistre leggende tornate a (una violenta) vita, di spettri del suono che si cibano delle nostre menti, ma ho l’impressione di sentire lo scricchiolio delle imposte usurate.
Sono le storie di Arona, o il vicino infastidito dalla musica che viene a spegnere me?

Ansia da gotico padano a parte, in questo Ritorno a Bassavilla di Edizioni XII c’è tutto l’autore, che ha pubblicato gli articoli a puntate sul sito Carmilla Online, e ora se la ride alle nostre spalle.
Ci racconta storie di spettri, lasciando in sospeso il finale.
Si ricorda com’era fare i cacciatori di fantasmi nell’Italia di qualche decennio fa, in capitoli che sembrano estratti da un ormai dimenticato Introduzione al ghostbusting nostrano (Flavio Manchetti, ed. Fiamma, 1981, Alessandria).
Ci fa sorridere, con la schietta parlata di chi ha vissuto quelle nottate in prima persona e se l’è goduta. Magari se l’è goduta dopo, a parlarne con i compagni d’avventura, davanti a una bottiglia di Bonarda.

Ho avuto la fortuna di sentire alcuni di questi racconti direttamente dalla voce dell’autore, durante una riunione di un circolo di lettura ad Alessandria, qualche mese fa.
Insomma lui è così.
Se ne sta lì, snocciola questo raccontino denso dei giusti collegamenti. Non troppi che ti annoi, non troppo pochi che ti sfuggono. Nomi, date, collegamenti con la realtà che ti tirano dentro la storia, anche se non sei di Alessandria Bassavilla.
Passa dall’Anima Mundi ai delitti di Cogne, dalla Schiena del Drago alla stréa che consumava solo a smorsacandeila. La fantasia è un virus che contamina ogni aspetto della nostra vita ma, forse, è anche l’unica capacità in grado di salvarci da ciò che si cela dietro la facciata razionale del nostro mondo.

Arona non dà risposte ma, come un anatomo patologo consumato, indica i segni sul cadavere, ipotizzando le cause di quella strana, inspiegabile morte.
La sua abilità sta nello stuzzicare le nostre voglie, quelle di cui non ci vantiamo.
Lo seguiamo incuriositi nel suo percorso operatorio, quando apre chirurgicamente il quadro con paesaggio di primavera da troppo tempo esposto in soggiorno, rivelando la tela scurita e marcia che si cela più sotto.
Ci rivela i dettagli più scabrosi, ci invita a collegare da soli i segnali che il mondo sottile lascia attorno a noi.
Come fossimo ancora e solo uomini attorno a un fuoco. Intenti a farci paura a vicenda.

Le tre bocche del drago di AA.VV.

Ricordo quando scrissi questa recensione, parecchio tempo fa. Ci avevo pensato parecchio, al personaggio attorno al quale è stata costruita questa particolare raccolta, dominata ancora dal nostro buon Danilo Arona. L’odore della carne che brucia, il solo ipotizzare la potenza di quel dolore, che si dice in questi casi venga percepito solo (e per fortuna) in modo limitato, in quanto spesso si finisce per morire soffocati prima che bruciati vivi.
Un bel viaggio, questo tra le bocche del grande drago.

Streghe.
Una parola capace di evocare immagini terribili e non solo per l’orrore della figura in sé.
Quanti vampiri sono stati uccisi?
Quanti licantropi inseguiti ed eliminati?
Quante streghe sono state bruciate?
La donna orribile che maledice la carne con lo sguardo, l’affascinante ammaliatrice, la concubina del demonio, la portatrice di segni invisibili, l’orco femmineo che ti rapisce da piccolo se non ti comporti come si deve.
Viene la strega.
Quale altra incarnazione della paura ha fatto così tante vittime?
Credo nessuna.

Sono passati secoli, da quegli orribili delitti, e il timore delle streghe, nella normale pragmatica esistenza, si è andato spegnendo come i roghi che le consumavano. Braci di quella paura ardono ancora nella superstizione, e purtroppo la cronaca nera registra occasionalmente qualche folle atto indirizzato a persone capaci di “mettere il malocchio” o “possedute dal demonio”. Ma la parola strega, in questi casi, non viene quasi mai usata.

Le tre bocche del drago

Le tre bocche del drago

Vittime dell’incomprensione, dell’invidia, della paura, quali che fossero i motivi che hanno spinto gli uomini a uccidere, le streghe sono divenute parte delle nostre storie.

E a Triora, terra per eccellenza di streghe, si ambienta questo romanzo collettivo, che riunisce sotto lo sguardo di Danilo Arona i racconti di Alan D.Altieri, Edoardo Rosati, Giacomo Cacciatore, Gian Maria Panizza, Gianfranco Nerozzi.

Pubblicato nel 2004 dalla defunta Larcher, Le Tre Bocche del Drago è un esperimento narrativo, che si potrebbe, se mi concedete un paragone un po’ particolare, affiancare a quanto viene fatto dai protagonisti del film Inception. Se non lo avete visto, continuate, altrimenti seguitemi.

Lo dice il protagonista nel film, per spiegare una procedura (che riuscirò un giorno a spiegarvi quanto sia simile al processo del viaggio sciamanico) utilizzata per penetrare ciò che si cela nella mente altrui.

Si crea la struttura portante, il mondo del sogno, si porta “il soggetto” in quel mondo e si lascia che lo riempia coi suoi sogni, i suoi segreti.

Questo ha fatto Arona.
Ha preso la sua mitologia personale: gli anziani sognatori che manipolano la trama dell’esistenza con delle Veglie (non è una contraddizione: le veglie del mondo reale sono sogni dall’Altro Lato, e viceversa), le linee energetiche che fungono da conduttori della coscienza, intrecciate nella Schiena del Drago, e ha portato gli Altri Scrittori in questo mondo, lasciando che lo riempissero con le loro storie.

Il risultato?
Un romanzo collettivo, a sedici mani, dove le streghe sono affascinanti e terribili, seducono e fanno impazzire, dove la loro stessa natura biologica viene rivelata, senza che l’arcano potere di cui sono dotate perda di forza sul lettore.

Sicuramente il romanzo non è del tutto omogeneo. Salta all’occhio in alcuni casi il cambio di stile, pur ammorbidito dalla presenza della cornice, creata da Arona. Quello che ne esce è comunque uno sguardo intenso sul mondo delle streghe, che lascia più domande che risposte (Lilith, il situs viscerum inversus, la Signora delle Mosche), cosa che apprezzo molto in un libro.

Gustoso anche il finale fantascientifico, lasciato giustamente nelle mani di Altieri, che fonde la sua passione per i futuri tecnologici con il misticismo di fondo (come farà anni dopo in un altro esperimento antologico di Arona, quel Bad Prisma dove il fondamento del male, Melissa, è un’altra forza connessa all’Altro Mondo e, a conti fatti, una forma di strega).

Blue Siren di Danilo Arona

Riprendo la recensione del volume Bad Visions di Danilo Arona, dopo aver dedicato un post al primo romanzo che lo compone, La stazione del dio del suono, è arrivata l’ora di Blue Siren.

Bad Visions di Danilo Arona

Bad Visions di Danilo Arona

Prima di passare alla recensione devo però fare una confessione. Non ho mai letto quel Giro di vite di Henry James, che molti inseriscono addirittura in una ipotetica lista di libri fondamentali sulle storie di fantasmi. L’importanza di tale romanzo breve in questa sede è presto spiegata: il lavoro di Arona si basa per gran parte proprio sulla storia della magione di Bly e i suoi peccaminosi ed ectoplasmici (presunti) abitanti. Mi sono documentato sul romanzo, leggendo il possibile. Vediamo se riesco a non dire menate nel prosieguo di questa recensione.

Come accade in molte delle sue opere, Arona, affascinato dalla natura prismatica della realtà, costruisce una struttura multidimensionale, nella quale la parte tratta da Giro di vite è solo uno dei lati.
Tornano, in Blue Siren, le leggende metropolitane, Bassavilla, la malefica (maledetta?) Melissa Parker (Prigione).
Torna l’uso dell’archetipo e la sua diffusione attraverso i piani dell’esistenza, con un brano particolarmente interessante, dove viene discussa la possibilità che l’archetipo muti e s’incarni in qualcosa di molto diverso dall’originale. (Discorso che mi ha portato alla mente una chiave argentata e un uomo che si tramuta in insetto senziente.)

Ancora una volta Arona dimostra la sua passione per il processo di connessione ed espansione. Che siano storie, punti di vista, coscienze individuali o quella collettiva. Lui le stimola e le collega. Unisce il racconto gotico di fantasmi, narrato attraverso un interrogatorio serrato all’unica indiziata per la morte di un bambino, con le nefaste visioni che seguono l’uso di una nuova droga del “dopo discoteca”.
Per riuscirci, l’autore passa attraverso le altre facce del prisma, che riflettono soffocanti tratti di foresta amazzonica, una coppia di “indagatori del lato oscuro” e la sua beniamina, quella Melissa che potrebbe essere a sua volta solo il riflesso di un’entità inumana, che accede nei punti deboli al nostro piano d’esistenza.
Ma, per poter chiudere tutto in una cassa bella robusta, Arona ha bisogno di qualcosa che prima non c’era. Due, si potrebbe dire, non gli bastavano. Quindi, per sicurezza, lui dà alla storia un terzo giro di vite (e un interessante documento a tal proposito lo trovate qui).

E in mezzo ai misteri, alle morti, alle manifestazioni spiritiche, c’è naturalmente lei, la sirena. L’essere che attrae e uccide, che porta in sé lo stigma della nascita e della morte, divenendo per questo così misteriosa, affascinante e letale.

Magia nera. Biochimica neurale. Leggende metropolitane. Un cult della narrativa di genere.
Cosa altro si può volere in un unico romanzo?

La stazione del dio del suono di Danilo Arona

Procede lenta ma inesorabile la mia opera di esplorazione dei mondi creati dallo scrittore italiano Danilo Arona. Limitato per ora al fantasy Pazuzu e all’antologia da lui curata, Bad Prisma, non ero entrato in contatto con le sue storie più note e articolate, che hanno originato e alimentato il Ciclo di Bassavilla.

Ho deciso di recensire i due romanzi, La stazione del Dio del Suono e Blue Siren, contenuti nel numero 11 di Epix, perché di due lavori diversi si tratta, e intendo dedicare a ognuno lo spazio che merita.

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Tralasciamo il titolo dato alla raccolta.
No dai non tralasciamolo, figlio di una tendenza nostrana a italianizzare i nomi dei film anche quando non ce n’è bisogno e americanizzare quando serve ancora meno.
Sarà poi che ad aggettivi si stava corti da quelle parti, per cui se la raccolta horror curata da Arona è Bad (Prisma) le sue visioni non possono essere che Bad (Visions).
E tutto questo quando sottomano c’è un titolo come La stazione del Dio del Suono che da solo varrebbe qualche applauso. Vuoi per la molteplicità del termine stazione (la stazione dei treni di Piano Orizzontale, ma anche stazione radio, stazione di trasmissione e ricezione, terminali di una comunicazione sulle ‘linee sincroniche’, stazione musicale dove fanno girare i pezzi più malati del DJ Mix-Master Soul… tutti elementi su cui si poggia questa storia). Vuoi perché a me l’idea di un Dio del Suono che trasmette su qualche frequenza radio evoca visioni misticheggianti, con carovane di fedeli in marcia, al ritmo dei pezzi migliori del Signore del Rock’n’Roll.

Il romanzo, in breve, tratta di una congrega di persone che si riuniscono per raccontarsi delle storie. Solo che non è (per una volta, spiacente per quelli “del Club”) né la storia, né chi la racconta, a essere importante, ma dove viene fatto. In questo caso è l’incrocio di energie mistiche che proprio lì da luogo a un punto nodale, che scatena il cambiamento della realtà, attraverso i racconti dei protagonisti.
Così nel mondo facciamo la conoscenza degli assassini delle farfalle, del dee jay satanico Mix-Master Soul, di una Ibiza affascinante e letale.
Arona scrive storie che narrano di storie che modificano la realtà delle storie stesse.
Può sembrare complesso eppure l’abilità con cui lo fa riesce infine a evocare il risultato migliore: costringere il lettore ad alzare lo sguardo dalla pagina per capire, preoccupato, in che punto (nodo?) di quel flusso di narrazione entropica egli stesso si trova. E quali conseguenze (sicuramente nefaste) può avere raggiungerne la conclusione.

L’anima del libro è proprio nello sviluppo di questo concetto: l’influenza della narrazione sul mondo reale e del mondo reale (di quella che potrebbe essere la sua anima che pulsa in linee d’energia attraverso tutto il globo) sulla fantasia.
Danilo Arona ha dalla sua un’abilità notevole nel creare miti e leggende, urbani pur nella loro archetipica antichità. Sfruttando storie reali, intrecciandole con la fantasia e la mitologia, il romanzo getta sul lettore una ragnatela di indizi che lo costringono a una continua rilettura di ciò che sapeva sui personaggi, in una corsa verso la speranza di scoprire (almeno) una verità.
Eppure, sembra dire Arona, non c’è modo di arrivare a quel punto fermo. In un cosmo dominato da forze (il Drago) che ci usano e che noi usiamo inconsapevolmente e, come capita ai protagonisti del romanzo, a volte tentiamo di piegare (inutilmente?) al nostro volere, tutto è mutevole.

Se la prima parte del romanzo presenta questi concetti (e nell’insistere su usi e proprietà delle linee sincroniche trova uno dei pochi difetti del libro), la seconda è un totale intreccio di piani d’esistenza, che donano alla storia stessa una certa ciclicità. Tutto condito da elementi che permeano l’intero libro: la musica (della quale Arona ha di certo una vasta conoscenza), l’erotismo (in molte forme, spesso intense e anche bizzarre), la follia umana (e un certo inconscio bisogno di arrivare a una fine apocalittica, personale e globale).

Il giudizio complessivo, credo si sia capito, oscilla tra l’ottimo e l’entusiastico per un libro denso di concetti, che spinge a fare le proprie ricerche, per capire dove si ferma la realtà dei fatti.
Lì dove iniziano la mente di Danilo Arona e la musica martellante del prossimo rave di Mix-Master Soul.

Bad Primsa di AA.VV.

Bad Prisma è un volume della collana Epix della Mondadori.
Difficile scrivere la recensione di questa raccolta.
Finita di leggere da qualche giorno, la sfoglio e giro e rigiro attorno alle idee che ho e a quanto mi ha lasciato la conoscenza di Melissa.
Mi sono imbattuto per caso nella genesi del personaggio, andando a caccia di fantasy italiano, nella collana Draghi, maghi e guerrieri della Delos. Lì ho scoperto Pazuzu, di Danilo Arona, un bel libro che lascia il lettore con numerosi interrogativi, incentrati sulla figura della Madre dell’Oscurità, la misteriosa incarnazione Hassilhem e sull’influenza che questa entità avrà sul futuro del mondo.

Quanto segue, sinossi a parte, è un’impressione generale sul libro, che conterrà anche qualche spoiler, necessario per spiegare cosa e perché mi è, o meno, piaciuto.

Chi è Hassilhem? Che cosa rappresenta questa malefica entità proteiforme? Quale arcano la tiene confinata in un prisma di tenebra? Quale enigma celano le sue continue apparizioni nei tempi più terribili della Terra? Quale suo potere demoniaco riesce a scatenare la furia omicida dell’uomo? Dalla decadenza del Giappone imperiale alla Vienna inquietante di Sigmund Freud, dalla tetra provincia del Ventennio nero alle strade maledette della mafia, da un esperimento comportamentale suggellato dalla sterminio ai feroci campi di fuoco del Medio Oriente fino all’ultimo, disperato giorno dell’umanità ecco la saga senza tempo dell’imperatrice del Male Assoluto.

Con un breve riassunto dei fatti già narrati in Pazuzu tutto ha inizio, in un alternarsi di racconti decisamente di buon livello. Leggendone alcuni mi son trovato a invidiarne la capacità di relazione storica, dal momento che molti si riferiscono a fatti avvenuti nel dopoguerra e riescono a calare il lettore in quel periodo, attraverso piccoli particolari e suggerimenti inseriti a dovere.

Per realizzare questa antologia Arona ha riunito un nutrito gruppo di autori, lasciando che scrivessero di questo personaggio, Melissa, che dovrebbe incarnare il Male Assoluto, una sorta di divinità, un essere potente che dapprima è stato imprigionato in un cristallo piovuto dallo spazio (il Prisma del titolo) per poi fondersi con una sciamana cieca, incarnandosi in un essere ancora diverso.
Dov’è l’imperatrice del Male Assoluto in quei racconti?
Non c’è o almeno io non l’ho proprio trovata.
Il problema più grosso che ho trovato, invece, nel rapportarmi con questa antologia, è dovuto proprio alle anticipazioni, all’antefatto, ai dettagli spaziali-esoterici, all’immagine di questa creatura semi divina, al suo prisma metafisico, all’involucro di carne che ora la conduce nel mondo, all’attesa che i racconti riprendessero questi elementi, espandendoli, raccontandoli, ampliando il mito dell’entità e non della sua incarnazione umana.

Invece, racconto dopo racconto, ho capito che l’essere conosciuto come Melissa è un’anima persa, imprigionata in un limbo dal quale non riesce a uscire, se non a brevi tratti, per vendicarsi dei torti subiti. Questo essere/divinità/donna incarna il principio dell’innocenza distrutta, ciclicamente protagonista di un ruolo destinato a essere interrotto in maniera violenta, quindi vittima prima di vendicatrice, tristemente predestinata prima che “malefica”.
Questo non è un male, anzi, ma mi ha costretto a rivedere le aspettative, nate leggendo Pazuzu e la sinossi di Bad Prisma, adattandomi a qualcosa di molto diverso da quanto mi aspettavo.

Iniziamo da cosa secondo me non va.
Nonostante il livello dei racconti, in media, sia decisamente superiore a quanto letto in altre pubblicazioni antologiche, non tutti riescono a brillare, per idee e realizzazione.
Un po’ troppe storie “autostradali”, che riecheggiano gli stessi concetti e, alla lunga, fanno scemare la tensione che la presenza della “imperatrice del Male Assoluto” dovrebbe far provare.
Non ho digerito proprio il pezzo di Alan D. Altieri, dialogo serrato di guerriglieri futuristici, che speravo si dedicasse più a lasciar trapelare le sensazioni e la visione del mondo distrutto dalla guerra, piuttosto che concentrarsi tanto sui vari insulti tra comilitoni e pacche sulle spalle tra chi ha il fucile più grosso.
Allo stesso modo non ho trovato essenziali le altre parti “fantascientifiche”, come l’entrata nel cyberspazio e la missione spaziale verso Marte, dove Melissa sembra cacciata a forza, elemento estraneo e non necessario.

E veniamo quindi a cosa funziona.
I capitoli della storia che ho preferito sono quelli che, pur facendo parte del continuum di fondo, chiudono quanto aprono, permettendo un’occhiata affascinante e cupa a ciò che Melissa potrebbe essere e a quanto si lascia alle spalle.
Tra i vari capitoli mi sono rimasti veramente impressi il caso della Vienna che stilla acqua marcia di Alessandro Defilippi, della riuscitissima e agghiacciante gita sulle dolomiti di Andrea G. Colombo (tra l’altro leggere l’antologia a qualche chilometro dal paese dove inizia la sua storia, Moso, sortiva una certa inquietudine) e del regno sotterraneo e dimenticato, dove si erge un trono fatto di ossa e rifiuti, di Gian Maria Panizza.

In conclusione
Qualcuno ha parlato di pietra miliare nell’horror italiano, antologia epica di narrativa meta gotica e altro ancora. Non entro nel merito di tali affermazioni, in quanto sicuramente non ne ho le basi, e sinceramente nemmeno capisco bene che cosa vogliano dire (meta gotica proprio non so cosa sia, magari segnalatemi qualche altro libro meta gotico, le pietre miliari, a mio avviso, si vedono sulla distanza, quando ci si è sopra è difficile valutarne oggettivamente le dimensioni e l’utilità).
Quello che posso dire io è che questo è sicuramente un libro da avere, per un pasto (finalmente) saporito, che non è horror, se non in alcuni bocconi ma ha (e secondo me per fortuna) il sapore malinconico delle storie delle valli, dei segreti nascosti nelle cantine umide, e delle forme più strane che assumono le nostre colpe.
Come una ragazzina che passeggia sulla strada, bionda, sola, i vestiti gocciolanti acqua e sangue, il cui sguardo vuoto è capace di gelare ogni anima.

L’elenco completo dei racconti.

  • Una storia di genesi di Yon Kasarai (Monte Herat, 4000 anni prima dell’avvento dell’Egira)
  • Kitsune, la donna volpe (Giappone, 1601) di Stefano Di Marino
  • La scomparsa di Melissa Prigione (Italia, Bassavilla, 1925) di Danilo Arona (snodo)
  • Berggasse 19 (Austria, Vienna, 1925) di Alessandro Defilippi
  • La buca del settimino (Italia, Bassavilla, 1948) di Danilo Arona (snodo)
  • Il passato è davanti a noi (Italia, Bassavilla, 1948) di Giorgio Bona (Italia, Bassavilla, 1948)
  • L’ultimo colpo di pistola (Italia, tra le provincie di Pavia e Bassavilla, 1967) di Angelo Marenzana
  • La settima notte (Italia, Bassavilla, 1976) di Bob Orsetti
  • Le bambole non uccidono (Modena, 1987) di Barbara Baraldi
  • Le bambole uccidono (Bassa romagnola, 1989) di Gianfranco Nerozzi
  • Il tratto nero (Italia, Palermo, 1993) di Giacomo Cacciatore
  • La fiammiferaia (Italia, Bassavilla, 1998) di Giuliano Fiocco
  • 29 dicembre 1999 h. 5, 20 (snodo) di Danilo Arona
  • Dalla nebbia (Italia, nel triangolo di Melissa, 1999) di Mauro Smocovich (snodo)
  • La forcella del diavolo (Val Pusteria, Bolzano, 2007) di Andrea G. Colombo
  • M3li$$@ (Cyberspazio, 2007) di Alessio Lazzati
  • La decima arcata (Italia, Bassavilla, 2008) di Gian Maria Panizza
  • Melissa’s Syndrome (Italia, nel triangolo di Melissa, oggi – è l’oggi del lettore…) di Edoardo Rosati
  • Melissa Project di Novelli e Zarini
  • Zona Zero (Iraq) di Alan D. Altieri
  • L’ultima fine d’estate (Monastero di Thule, nord del mondo, nell’ultimo giorno dell’umanità) di Claudia Salvatori

Visioni di Morte (Sine Requie)

Sine Requie 4° Reich - Elisa Ferrotto

Sine Requie 4° Reich – Immagine di Elisa Ferrotto

In questa tranquilla domenica di novembre, mentre sto preparando un buon ragù fatto in casa, con la calma e la dovizia che richiede, vi ripropongo un raccontino nato anni or sono, per il concorso Visione di morte, che raccoglieva contributi per l’ambientazione IV° Reich di Sine Requie. Una storia breve, dedicato alla vita e alla morte del viscido Viktor von Bock. L’immagine l’ho rubata ai lavori della brava illustratrice Elisa Ferrotto.

Buona lettura e buona domenica!

[box type=”shadow”]Ho poco tempo e troppo da raccontare.

Ben presto saranno qui, per prendermi, per condannarmi, e i minuti che rimangono li voglio dedicare all’uomo, la cui morte il Reich non perdonerà. Spero che queste righe servano a ripulire almeno in parte la memoria delle mie gesta, a dare loro una valida motivazione.

Mi chiamo Hans Wiermacht, Standartenführer di una delle divisioni distaccate di stanza a Berlino est, per il controllo ed il pattugliamento dei confini. Molti anni fa, prima che la guerra tra gli uomini si tramutasse nello sterminio dei morti, operavo nel nord est della penisola italiana, come ufficiale nell’Adriatisches Küstenland, il Supremo Commissariato per il Litorale Adriatico, controllato dall’Oberste Kommissar austriaco Friedrich Rainer.

A quel tempo ero sposato felicemente, e, nonostante il servizio al Reich mi impegnasse di continuo, cercavo di tornare spesso a casa, per assistere ai primi anni di vita della nostra unica figlia. Ricordo ancora la sua gioia nel rivedermi rientrare, la sua energia, la vita che splendeva nei suoi occhi del colore dell’ambra, mentre la malattia consumava inesorabile la mia amata. Agatha… E quando avrei voluto esserle più vicino, i cadaveri si risvegliarono nel mondo intero… Mia moglie morì poco dopo quel giorno, mentre io ero lontano, a cercare di gestire come potevo la situazione.
Da subito i nostri migliori scienziati si attivarono, compiendo analisi sui morti, catturati da divisioni militari create per lo scopo.
Tra questi uomini si distinse il freddo e cinico Viktor von Bock, già noto al Comando per le notevoli doti tattiche e una certa inclinazione a perdere facilmente il controllo.
Von Bock aveva una mente lucida, piegata alla legge del raziocinio più totale. Questo finché la rabbia non esplodeva, diretta spesso senza motivo verso chi gli stava attorno. Si diceva avesse ucciso con le sue stesse mani un cameriere del Circolo Ufficiali, colpevole di non averlo servito come si confaceva al suo grado. Lo scienziato fu uno dei primi a proporre di usare nemici vivi per determinare il tempo e la modalità con le quali tornavano dalla morte. E proprio per tali esigenze venni convocato, nella principale sede di Berlino.
Mi spiegarono che, operando nelle zone periferiche, avevo modo di coordinare tali “recuperi”, e a seconda di quello che serviva al suo gruppo di scienziati dovevo riportare non morti, nemici vivi, animali e quant’altro. Pur riluttante a servire il Reich in questo modo, ubbidii.

Ricordo… era di nuovo inverno… la neve scendeva dal cielo come secchi di vernice, dipingendo la città e i pochi coraggiosi che uscivano nelle strade. Me ne stavo ad aspettare il ritorno di mia figlia, che studiava al collegio Waimairmacht, quando il comando della Gestapo mi passò una chiamata dello stesso von Bock. Farfugliava eccitato che l’ultimo caso sottoposto, una giovane polacca dalla pelle bianca come il manto che soffocava la città, aveva dato origine ad interessanti sviluppi nei suoi studi, e voleva che quanto prima ci muovessimo per portargli un altro esemplare dello stesso tipo. La chiamata e la richiesta mi provocarono un’ondata di fastidio, gli studi sui morti non avevano per me alcuno scopo e questi recuperi nelle zone infestate per procurargli cavie vive erano frustranti.
Ovviamente chinai la testa e obbedii al mio superiore. Nei giorni seguenti cercai e trovai quanto richiesto. Ricevetti numerose chiamate dello scienziato, sia durante la ricerca, ansiose e inutili chiacchierate sui miei progressi, che dopo, noiosi elogi sull’operato della mia squadra. Per le ricerche, mi spiegò von Bock in una di queste telefonate, non tutti gli esseri umani davano eguali risultati. Aveva scoperto che nelle donne, soprattutto quelle più giovani, si nascondevano certi segreti, capaci di spiegare forse lo stesso fenomeno del ritorno alla vita dei morti e intendeva continuare con maggior lena i suoi studi in tale senso. Dal canto mio invece provavo a contattare il Comando, sperando che il mio stato di servizio fosse sufficiente a farmi allontanare da quel compito, ma nulla servì a tale scopo.

Fu all’incirca sei mesi fa che iniziarono a circolare le voci tra gli uomini del gruppo per gli esami scientifici della Kripo. Mi ero recato nei quartieri dove aveva sede il loro quartiere generale, per un incontro con lo stesso von Bock, quando udii per caso i racconti, accompagnati dalle risate di alcuni sotto ufficiali, sulle insane e orribili nuove passioni dello scienziato. Decisi di approfittare dell’anticipo che avevo per entrare nel suo laboratorio personale e parlarne con lui. Lo spettacolo che mi accolse fu terrificante. Von Bock era completamente nudo, disteso sul tavolo del laboratorio. Tra lui e il freddo metallo c’era una delle ultime donne che avevo consegnato nelle sue mani, che si agitava e gemeva.
Sul momento credetti di aver interrotto un inappropriato ma normale rapporto, e feci per uscire e dare il tempo all’uomo di sistemarsi, quando, mentre questi si rialzava e indossava barcollando un camice sporco, notai lo sguardo vitreo della donna. Aveva gli occhi completamente sbiancati, un filo di bava colava dai bordi della bocca violacea, mentre tra le mascelle era serrato un morso di cuoio, legatole strettamente dietro la nuca. Von Bock si avvicinò sorridendo, ma scusandosi per lo spettacolo, una sua passione nata dalla vicinanza con quelle creature incredibili disse.
Così mansuete, docili… ne parlava come di pubescenti vergini che uscissero nelle candide divise del conservatorio… mentre quella creatura continuava a contorcersi debolmente, sibilando, senza poter serrare le mascelle.

Le chiamava crisalidi, diceva che contenevano ancora l’essenza delle persone ma erano prigioniere di un corpo morto. E lui, con i suoi studi, intendeva liberarle. Purtroppo i rapidi processi di putrefazione della carne, non nutrita regolarmente, contrastavano il suo lavoro. Per questo necessitava di nuovi corpi sui quali eseguire i suoi test. Uscii nauseato, farfugliando una scusa e rimandando l’incontro, per il quale avrei atteso una sua nuova convocazione.

Stamattina, dopo settimane passate senza nessuna richiesta di von Bock, attendevo il ritorno di mia figlia dalla scuola sfogliando il giornale. La notizia di un omicidio in un quartiere vicino mi mise addosso uno strano stato di angoscia. Una giovane donna era stata trovata in un vicolo, completamente nuda, legata mani e piedi, mentre un uomo era stato visto scappare dal luogo del fatto. Sono uscito di casa senza nemmeno indossare il soprabito mentre la neve mulinava attorno a me. Ho guidato senza badare a nulla fino ai laboratori entrando di corsa nelle stanze private di von Bock.

L’ho trovato seduto sul ciglio del letto, nudo, sporco di fango, soddisfatto e orribile come un avvoltoio dopo il pasto. Aveva i pugni serrati e da uno di questi pendeva qualcosa che scintillava debolmente nella poca luce della stanza.
Mi parlò, voleva spiegarmi qualcosa sulla percentuale di successo nell’ottenere una crisalide dalla larva e su una certa soglia, oltre la quale invece si otteneva qualcosa di diverso. Lo aggredii chiedendo spiegazioni. Tornato improvvisamente lucido fece leva sul grado, intimandomi di tacere. Quelli, disse, erano i voleri del IV° Reich. Era vero, ammise, qualcosa non aveva funzionato e c’erano da fare ulteriori studi. E mentre lo diceva i suoi occhi brillavano di una luce malata, lo sguardo si piegava in un lubrico susseguirsi di desideri morbosi. Gli chiesi dov’era stato, cosa lo aveva spinto ad agire in quel modo. Ma in lui vidi che ormai la follia aveva travalicato ogni possibile argine, la motivazione scientifica aveva da tempo lasciato spazio ad una fame avida che non trovava più soddisfazione e lo aveva spinto a cercare da solo le proprie prede.

Schifato da tutto questo mi allontanai, arretrando verso la porta. Von Bock, l’essere bianchiccio e sbavante che era stato uno scienziato, balzò nella mia direzione, insultandomi, minacciandomi. Se avessi raccontato qualcosa, sibilò, la mia carriera nell’esercito sarebbe finita. Forse anche la mia stessa vita. Gli dissi che non m’importava, che non potevo sopportare di portare avanti quel traffico infernale. Afferrai i suoi polsi per spingerlo lontano e nell’arretrare lasciò cadere l’oggetto che impugnava con tanta avidità durante la discussione. Vidi cos’era e tornai a spostare lo sguardo su di lui. Rabbia, soddisfazione, una sorta di diabolico compiacimento s’intrecciavano su quel volto devastato dai suoi indescrivibili desideri. Fu allora che gli crollai addosso, subissandolo di pugni, senza lasciarlo respirare. Colpivo, animato da una furia cieca, e solo quando mi resi conto che quel corpo stava per esalare l’ultimo respiro raccolsi in fretta l’oggetto dorato da terra e fuggii.

Sono riuscito ad uscire dalla città e ora mi nascondo qui. Sento i cani, le urla… so che stanno arrivando… non avrebbero potuto fare altrimenti, in fin dei conti ho assassinato senza apparente motivo un brillante ufficiale del IV° Reich… un ufficiale, un folle assassino necrofilo…
Battono alla porta… i maledetti cani a tre teste ringhiano… sbavano artigliando il legno che mi separa dalla fine… stringo tra le dita la collana… un regalo di tanti anni fa con inciso il nome di mia figlia, che non rivedrò più… imbraccio con quelle stesse mani il mio fucile…
Che entrino pure a prendermi…[/box]

L’ultimo grido del mondo

A tre giorni da Halloween chiudo il mese di ottobre con un regalo.
Negli ultimi due anni ho provato a proporre alcuni racconti, in eBook gratuiti, nel periodo natalizio. Prima c’è stato il fantasy de Il padre delle ombre e poi la raccoltina horror Lagomorpha (sì sì quella con i conigli assassini).
Nel primo caso si trattava di un esperimento del quale non sono granché contento, che ha avuto se non erro un unico qualche feedback (Germano e il buon Gelostellato si sono pappati quella storiella fantagiappo). Di Lagomorpha ero più contento. Lì ci sono stati feedback (tra i quali non posso dimenticare – ehm – il buon Gianluca) e qualche recensione.
Non parlo del numero di download, in quanto credo sia ormai un dato davvero col quale ci si può solo ingrossare (inutilmente) l’ego. Se scrivo voglio essere letto. Che “mi scarichino” me ne frega davvero poco. E ci sarebbe poi il discorso dei commenti (sensati) a ciò che si legge, ma qua nei dintorni lo abbiamo fatto e rifatto e ritengo superfluo ripeterlo.

 

Scrivendo questa introduzione mi è venuto un dubbio che metto qua, al quale potete rispondere nei commenti: il fatto di NON vedere il formato PDF ma l’ePub, è (in generale ovviamente, non nel caso dei miei eBook) un deterrente al download?

 

Tornando al regalo.
Quest’anno ho pensato di cambiare data.
Se è vero che nel 2012 il mondo finisce, tra novembre e dicembre magari qualche commento riesco a riceverlo. Pubblicarlo a Natale sarebbe davvero stato uno sforzo inutile!

 

Nato per una raccolta (morta prematuramente), dedicata al famigerato 2012, questo racconto parla di una delle possibili fine del mondo. Coinvolge antiche divinità (inventate), trasmissioni televisive, qualche tentativo di narrazione diversa dal (mio) solito. C’è anche una piccola citazione, micro omaggio a un grande emergente dell’horror italiano del quale apprezzo moltissimo i racconti.

 

Alcuni feedback li ho già ricevuti, da amici lettori che mi hanno sottolineato le parti deboli della storia. Su alcuni aspetti ho messo mano, grazie anche al preciso lavoro di editing del buon Simone. Ed è doveroso precisare che in seguito al suo intervento io ho rivisto il racconto, quindi errori e schifezze che troverete strada facendo sono sicuramente colpa mia. Non mi incolpate il Coso Peloso abitante di Midian. Almeno non incolpatelo di questo!

 

Una nota, ché qualcuno me ne ha chiesto info: la copertina dell’eBook è mia, come dicevo in un post precedente nella sezione Digital Art del sito. Finché riesco per i miei eBook preferisco arrangiarmi, con risultati secondo me appena discreti ma, a quanto mi dicono, apprezzati. In questo caso c’è una silhouette ritoccata un po’ e i tentacoli, ovviamente fatti con Photoshop. Perché siano verdi e luminosi vi tocca leggere l’eBook per scoprirlo.

 

2012 - L'ultimo grido del mondo

2012 – L’ultimo grido del mondo

L’ultimo grido del mondo
Per Sebastian Shaw, presentatore televisivo di fama mondiale, il futuro non potrebbe essere più buio.
Un’accusa per molestie sessuali.
Orribili incubi che lo tormentano.
Quel senso di predestinazione, che sembra deciso ad accompagnarlo verso l’anno a venire, il 2012, e a una nuova puntata della sua trasmissione. Dove la sua vita, come quella del mondo intero, potrebbe concludersi con un ultimo, terribile grido.

 

L’ebook è disponibile sul Kindle Store di Amazon

World War Z di Max Brooks

Ecco, come promesso, il ripescaggio di questa vecchia recensione, che spunta tra varie news sul film che ne stanno traendo, in uscita nelle sale americane nella numerologicamente potente data del 12/12/2012. Si è già saputo (con disappunto dei fan del libro) che il lungometraggio vedrà le gesta di un dipendente(Brad Pitt) di una qualche forza internazionale (Nazioni Unite?) costretto ad attraversare gli USA per porre fine (tutto da solo?) alla minaccia dell’epidemia zombesca. La sceneggiatura è di J. Michael Straczynski,
Ma lasciamo le ipotesi (sempre più pessimistiche) sull’adattamento, e tuffiamoci tra le pagine del testo di Max Brooks.
Continua…

Gears of War 2 (XBOX)

Avevo pensato di partire col recupero delle vecchie recensioni dal volume di Max Brooks, World War Z, che è diventato un film. Poi però mi è venuta voglia di massacri, armi pesanti e mostri enormi. E siccome l’xbox non ci gioco da trooooppo tempo, almeno mi sono riletto il pezzo su questo videogame sul quale ho sudato parecchio (sarà per questo che poi l’xbox si è guastata?).
Il terzo capitolo è appena uscito, quindi cosa c’è di meglio che rispolverare vecchia rece e vecchie emozioni? Nulla.
Pad in mano, si parte!

 

Tornare a combattere le locuste, rivedere Jacinto e il grande Marcus Fenix, fa sempre piacere. Anche perché quelli della Epic si sono fatti, come si suol dire, un mazzo tanto, per prendere il buono del primo capitolo e migliorarlo, confezionando un altro “sparatutto” fantascientifico in terza persona dal grande impatto visivo e dalla notevole giocabilità.

Siamo sempre su Sera, il pianeta che ospita quanto resta della specie umana, che deve vedersela con i parassiti emersi dal sottosuolo, le antropomorfe e letali Locuste. Dopo aver consumato il resto della superficie nella guerra contro queste creature che si muovono anche attraverso la roccia, solamente Jacinto è rimasta in piedi, costruita su un basamento di giacinto che non riescono a forare.
Utilizzando una bomba solare, alla fine del primo capitolo della saga, eravamo convinti di aver sterminato le Locuste, ma la loro regina, sopravvissuta, annunciava una nuova guerra, che dovremo affrontare in Gears of War 2, attaccando la roccaforte aliena, il Nexus e poi addirittura…

L’elenco delle novità presenti in GoW 2 è abbastanza lungo, armi, nemici, mezzi, ma l’attrattiva nasce anche da quel senso di confidenza dato dal ritrovare i personaggi con le loro mosse di copertura e la lotta all’ultimo proiettile, con quella dannata ricarica attiva e il suo potere distruttivo.
E anche scoprire che questa volta cavalcheremo praticamente qualsiasi cosa (a parte la signorina bionda che Marcus occhieggia da vero duro, pazienza) e percorreremo panorami ctoni e di superficie, aggrappati a mezzi terrestri, ascensori sospesi nel vuoto, piovre volanti e perfino un gigantesco Brumak!

Molti dei nemici che nel capitolo precedente fungevano da meri “boss di fine livello” qua si moltiplicano, ponendoci davanti schiere di Corpser, Seeder e Brumak che daranno filo da torcere, almeno dal livello difficile in su. Giocando in modalità facile la sfida sarà davvero irrisoria e talvolta capiterà di pensare che i nemici si siano uccisi da soli pur di farci passare.
Per il sottoscritto, che ha poco tempo e voglia di ripetere decine di volte uno schema, la modalità facile è una vera manna dal cielo. Ma so che voi hard core player odiate tutto quello che non sia in modalità folle (o nightmare) che si sblocca completando il gioco per poterlo rivivere tutto in quello stile suicida.

Tra gli aspetti che meno mi hanno convinto arriva netto al primo posto il sonoro, che pur essendo potente ed efficace nelle battaglie è invece debole e indistinto nel parlato, che si confonde e spesso impedisce di capire intere parti di dialogo. Pensavo fosse un problema del sinto-amplificatore ma anche con la sola TV a fare da output a me ha dato uguali problemi.

La grafica invece presenta gli stessi effetti di HDR del capitolo precedente, migliorati e ripuliti, con gli scenari ai quali la serie ci ha abituato. Enormi città in rovina, gallerie gocciolanti e finalmente vedremo anche le strutture delle città delle locuste, e faremo anche un terribile viaggio allucinante, non vi dico dentro cosa. Completa questa parte la presenza di creature realizzate allo stato dell’arte, dalle più semplici pedine da prima linea fino ai leader delle locuste, personalizzati e dotati di particolari anche cool (la capigliatura rasta di Skorge non può non omaggiare gli indimenticabili Predator) e in certi casi sono enormi e sempre ben animati. Un plauso anche ai numerosi filmati che intercalano l’azione, alcuni davvero d’effetto, che alternano e fondono scenari mozzafiato, piccole parentesi intimistiche (che per dei marines sterminatori insomma, si fa quel che si può ecco) e mostruosità aliene che si ergono grandi come grattacieli.

Mi rimane da provare il multi player, anche se ho giocato molti capitoli in co-op(erativa) e devo ammettere che il fascino del gioco in quella forma si moltiplica. Avere l’amico vicino o connesso via web, e coordinare le proprie azioni di attacco, difesa, le ritirate e gli assalti, è divertente e coinvolgente.

PS – un consiglio: anche se è tedioso e lunghissimo, attendete la fine dei titoli di coda, per un inserto audio only molto particolare…

Link Veramente Utili

Ma la vera storia di Gears of War?
I fumetti di Gears of War? Ma dici sul serio?
Cosa è ‘sto HDR?

Aspettando la Mezzanotte con Samuel Marolla

Ci sono pochi autori italiani ai quali posso appiccicare aggettivi come disturbante o pauroso.
Non che parli di loro, oddio Samuel non lo conosco e Danilo Arona un po’ di timore lo incute, ma i loro scritti superano di gran lunga chi li crea.
Di questo sono certo.
E se Danilo ha ormai una produzione diversificata (ma omogenea in un suo unico mistico modo), Samuel Marolla sta creando attorno a sé una coltre di storie che ci mostrano una realtà diversa, alterata da forze incomprensibili, contro le quali spesso possiamo solo lovecraftianamente soccombere. Oltre a questa densa nebbia che avvolge la sua figura di scrittore, una schiera di appassionati che si va via via ispessendo.

Aspettando la Mezzanotte di Samuel Marolla

Aspettando la Mezzanotte di Samuel Marolla

Dopo la raccolta Malarazza (Mondadori), è scoccata la Mezzanotte e forse non ve ne siete accorti. Un’ora particolare che spesso ci coglie impreparati, una soglia da attraversare, il momento migliore per certe storie. Ma prima che arrivi La Mezzanotte del Secolo, un assaggio particolare ve lo regaliamo noi di Edizioni XII, con un ebook gratuito, un racconto destinato a non farlo che aumentare l’acquolina di ogni lettore, o aizzare l’hype, come si dice in certi ambienti.

Vi lascio al testo scelto per presentare questo eBook (in formato ePub), che ovviamente ho fatto io ma mica ve lo dico che poi sembra mi vanti, nella speranza di trovarci tutti alla Mezzanotte e oltre, sopravvivendo alle creature di cui Samuel popola il nostro mondo.

[box type=”shadow”]Aspettando la Mezzanotte è un ebook gratuito in formato ePub realizzato da Edizioni XII che fa da apripista all’imminente La Mezzanotte del Secolo, l’ultima fatica di Samuel Marolla, collegandola con Malarazza, la raccolta di racconti horror di debutto (nel 2009 per Mondadori) dello scrittore milanese, il quale è anche sceneggiatore del fumetto Dampyr per la Bonelli Editore.

Samuel Marolla ci prende per mano e con un inedito, agghiacciante racconto, ci conduce per vicoli infetti attraverso un inferno di follia e disperazione, una corsa incubica che vede contrapposte forze in contrasto da millenni.

Milano è dannazione. Milano è buio. Milano è il luogo dove si sono date appuntamento cose che strisciano su livelli sconosciuti all’uomo.

Entità in grado di pervertire la realtà, di piegarla a loro piacimento per garantire alla Malarazza, la Stirpe Infame, di assumere il dominio e guidare il mondo verso i fatidici dodici rintocchi…

Il guanto di sfida è stato lanciato.
E allo scoccare della Mezzanotte del Secolo il duello avrà inizio…
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Per scaricare l’eBook gratuito Aspettando la Mezzanotte cliccate su scaricare l’eBook gratuito Aspettando la Mezzanotte. Facile no?

Se volete saperne di più sui libri di Edizioni XII, c’è il sito online e un bel dietro le quinte dedicato al libro di Samuel.