Malarazza di Samuel Marolla

È venerdì e questa settimana è davvero volata, tra impegni e allenamenti, per cui non son riuscito a buttare giù l’ombra di un post che sia uno. Viene in aiuto come sempre il buon vecchio blog, dal quale ripesco con piacere una recensione dedicata alla raccolta Malarazza, del bravo Samuel Marolla. Perché ho scelto questo? Innanzitutto perché Samuel è bravo, e non lo dico solo io eh, che magari non mi credete, ma anche gente come il solito gelostellato, ad esempio, e l’Alex e molti altri qua attorno e più in là. E forse già sapete che se non credete a noi, per scoprirlo da soli non dovete nemmeno spendere soldi, perché con una buona strategia di marketing il nostro Samuel mette a disposizione dei suoi lettori alcuni lavori gratis. O come nel caso del Colosso Addormentato, un intero romanzo a 0.99€ il che mi sembra già molto, che dite? Ultima ragione, sta circolando di recente la sua Janara, racconto scritto direttamente in inglese, impaginato in eBook da me e al quale verrà dedicata un’intervista a Samuel sul blog Il Posto Nero.
Molte molte buone ragioni quindi per parlare di quello che è stato il mio primo incontro col Marolla, ai tempi in cui Mondadori pubblicava la sua Malarazza

Malarazza di Samuel Marolla

Malarazza di Samuel Marolla

Qualcuno potrebbe obiettare che di raccolte in giro se ne trovano già.
Vero.
E che interessano poco agli italiani.
Sembra sia vero, sigh.
E quindi? La differenza sta che in Malarazza trovate (finalmente) ottimi racconti. Ottimi racconti dell’orrore.
Niente fenomeni di moda. Niente categorie e sotto categorie (ve lo ricordate il new italian epic?) a imbrigliare la capacità narrativa.
Per una volta non si cerca di accontentare nessuno in particolare. E così facendo se ne accontentano tanti. Non tutti, forse, ma a leggere le recensioni, direi proprio tanti.

C’è qualcosa di speciale che accomuna questi racconti: l’ottimo stile di Samuel. Uno stile capace di nutrire trame semplici e farle diventare mostri tentacolari e famelici. Uno stile che si assapora negli aggettivi debordanti ma controllati, che non infastidiscono ma, anzi, caricano nel migliore dei modi la scena di orrore e attesa per qualcosa di ancora peggiore, che abbiamo capito ci attende nella prossima stanza, dietro una semplice porta a vetri.
Ecco, semplice.
Il filo conduttore, unico e impercettibile credo (temo) per molti lettori italiani che divorano tutt’altra narrativa, è proprio la semplicità. La paura, il terrore, non hanno bisogno di intelaiature pesanti e archetipi troppo complessi, anzi, è nel momento più banale della nostra giornata che il cambiamento ci mette davvero angoscia. Nell’atto quotidiano di cui conosciamo ogni fase ed esito, se le cose non vanno come dovrebbero si rizzano i peli sulle braccia e qualcosa dentro di noi avverte lo scricchiolio nel tessuto della realtà. Quella vecchia signora così gentile, coi denti ingialliti e le unghie sporche, cosa nasconde? Quella strada in agosto (in agosto! non servono per forza nebbia e oscurità autunnale per farci rabbrividire) dove conduce veramente? E la volete recuperare la chiave caduta nella scatola piena di carne putrefatta?
Pochi elementi bastano, nelle mani di chi scrive bene e sa quello che fa, per mettere le basi dell’orrore.
Continua…

Nocturna #1 – La progenie di Guillermo Del Toro e Chuck Hogan

Dopo tanto che recensivo a singhiozzo, mi ritrovo ad aver voglia di completare la pila dei librozzi in attesa, scrivere e ancora scrivere. E ciò è buono. Meglio se quanto ho da scrivere riguarda cose più che belle, succose, di quelle che non t’innalzano lo spirito a vette di creatività divina, ma immergono il tempo in una sana dose di avventura e azione.
Continua…

I ragni zingari di Nicola Lombardi

Oggi è lunedì, torno al lavoro dopo numerosi e bei giorni di meritata vacanza, ho un attacco di sinusite feroce e la morosa in partenza per qualche giorno, quindi o chiamavo le solite massaggiatrici per un festino ludico letterario o mi mettevo sotto a smaltire le recensioni arretrate. Indovinate un po’ cosa ho scelto…

I ragni mi stanno simpatici, in generale. Non che non mi facciano umanamente schifo, però dove abito ce ne sono talmente tanti e vari (questo villeggiava sopra la porta di casa l’anno scorso) e dovrebbero portare pure guadagno. Io la lotteria l’ho giocata però per ora nulla. Il ragno è un animale magico, scommetto che già lo sapete. Che poi di animali magici ce ne sono tanti, quasi tutti, solo che si tende a ricordarsi quelli fighi, tipo bello il lupo magico, o la tigre magica o l’aquila, facile così. Però pure il geco, il serpente, il corvo sono molto magici e pure il ragno.

Continua…

La corsa selvatica di Riccardo Coltri

La corsa selvatica di Riccardo Coltri (Edizioni XII)

La corsa selvatica di Riccardo Coltri (Edizioni XII)

C’è voluto più del previsto, ma tra traslochi e altre vicende, rieccomi a recensire un libro.

Così iniziava questa recensione scritta il 4 marzo del 2010.
E tra traslochi e altre vicende, mi pare bello recuperarla ora, al solito andandola a ripescare dal vecchio blog moribbondo.

Prima di partire però vi ricordo che di questo libro, come di altri volumi, c’è il demo scaricabile gratuitamente in eBook (questo in PDF, altri in anche in ePub) sul sito di Edizioni XII (realizzato manco a dirlo da eBookAndBook!).

Primi anni del Regno d’Italia, al confine con il Tirolo. In un’epoca oscura, ma non poi così lontana dal nostro tempo, una strana ricerca coinvolge un gruppo di agenti segreti dell’Esercito Regio, formato da soldati, stregoni e medium. Qualcosa è arrivato, nelle vecchie contrade tra il lago e i monti. O, forse, è tornato.
Tra armi da fuoco, amuleti e Stregheria, contrabbandieri che vagano nel buio di boschi innevati e briganti nascosti tra le pareti di case marchiate con croci, le diverse avventure convergeranno nella scoperta di luoghi proibiti, di fatti maledetti accaduti in passato, e ciò che di sanguinario e misterioso è sorto da tutto questo: la corsa selvatica.

Continua…

Ritorno a Bassavilla di Danilo Arona

Ultima recensione recupero, almeno per quanto riguarda le opere del nostro Danilo Arona. Un ultimo libro molto particolare, una raccolta di racconti sospesi tra realtà e fantasia, realizzata da quelle Edizioni XII dove collaboro come impaginatore, per libri e eBook.

E come fondamentale aggiunta, alla recensione di molti mesi fa, vi ricordo che Ritorno a Bassavilla è tra i titoli di Edizioni XII disponibile anche in eBook (ePub, DRM free).

Ritorno a Bassavilla di Danilo Arona

Ritorno a Bassavilla di Danilo Arona

Detesto Danilo Arona, per almeno due motivi.
Il primo è semplice: invidio in modo viscerale la sua capacità di scrivere amalgamando cronaca e fantasia, magia primordiale e tecnologia.
Il secondo è che con questo suo Ritorno a Bassavilla (dove per altro io non ero mai stato, le Cronache mi mancano) è riuscito a insinuare quell’ansia che un numero esagerato di presunti libri “horror” non era riuscito a fare da un bel po’. Roba da decidere che Ritorno a Bassavilla non è libro da cuscino, ma da poltrona in soggiorno ben illuminato.
Che non si formino ombre strane negli angoli, capite?

Trentasei frammenti di un prisma brevi passeggiate nei dintorni di una città sospesa tra le case (reali, fisiche, tangibili) della sua Alessandria e i contorni, che a questa si vanno sovrapponendo, di un’ombra cupa, proveniente da tempi diversi. È la meno conosciuta, ma più pericolosa, Bassavilla.
Un diario non cronologico, affidato a un Narratore legato profondamente a quelle terre, capace di aprire finestre su momenti diversi del tempo e dello spazio.
Trentasei storie in bilico, sul filo della nostra quotidiana realtà. Racconti che germogliano dalle abitudini più comuni: la tv, il cinema, le serate con gli amici.
Vicende che si avvinghiano al lettore, impiantando nella mente il fastidioso seme del dubbio.

Ho il libro qui accanto. Dalla scura copertina le finestre di Bassavilla non sembrano intenzionate a rimanere chiuse a lungo. Sarà l’aver letto di quieti agricoltori trasformatisi in spietati assassini, di sinistre leggende tornate a (una violenta) vita, di spettri del suono che si cibano delle nostre menti, ma ho l’impressione di sentire lo scricchiolio delle imposte usurate.
Sono le storie di Arona, o il vicino infastidito dalla musica che viene a spegnere me?

Ansia da gotico padano a parte, in questo Ritorno a Bassavilla di Edizioni XII c’è tutto l’autore, che ha pubblicato gli articoli a puntate sul sito Carmilla Online, e ora se la ride alle nostre spalle.
Ci racconta storie di spettri, lasciando in sospeso il finale.
Si ricorda com’era fare i cacciatori di fantasmi nell’Italia di qualche decennio fa, in capitoli che sembrano estratti da un ormai dimenticato Introduzione al ghostbusting nostrano (Flavio Manchetti, ed. Fiamma, 1981, Alessandria).
Ci fa sorridere, con la schietta parlata di chi ha vissuto quelle nottate in prima persona e se l’è goduta. Magari se l’è goduta dopo, a parlarne con i compagni d’avventura, davanti a una bottiglia di Bonarda.

Ho avuto la fortuna di sentire alcuni di questi racconti direttamente dalla voce dell’autore, durante una riunione di un circolo di lettura ad Alessandria, qualche mese fa.
Insomma lui è così.
Se ne sta lì, snocciola questo raccontino denso dei giusti collegamenti. Non troppi che ti annoi, non troppo pochi che ti sfuggono. Nomi, date, collegamenti con la realtà che ti tirano dentro la storia, anche se non sei di Alessandria Bassavilla.
Passa dall’Anima Mundi ai delitti di Cogne, dalla Schiena del Drago alla stréa che consumava solo a smorsacandeila. La fantasia è un virus che contamina ogni aspetto della nostra vita ma, forse, è anche l’unica capacità in grado di salvarci da ciò che si cela dietro la facciata razionale del nostro mondo.

Arona non dà risposte ma, come un anatomo patologo consumato, indica i segni sul cadavere, ipotizzando le cause di quella strana, inspiegabile morte.
La sua abilità sta nello stuzzicare le nostre voglie, quelle di cui non ci vantiamo.
Lo seguiamo incuriositi nel suo percorso operatorio, quando apre chirurgicamente il quadro con paesaggio di primavera da troppo tempo esposto in soggiorno, rivelando la tela scurita e marcia che si cela più sotto.
Ci rivela i dettagli più scabrosi, ci invita a collegare da soli i segnali che il mondo sottile lascia attorno a noi.
Come fossimo ancora e solo uomini attorno a un fuoco. Intenti a farci paura a vicenda.

Le tre bocche del drago di AA.VV.

Ricordo quando scrissi questa recensione, parecchio tempo fa. Ci avevo pensato parecchio, al personaggio attorno al quale è stata costruita questa particolare raccolta, dominata ancora dal nostro buon Danilo Arona. L’odore della carne che brucia, il solo ipotizzare la potenza di quel dolore, che si dice in questi casi venga percepito solo (e per fortuna) in modo limitato, in quanto spesso si finisce per morire soffocati prima che bruciati vivi.
Un bel viaggio, questo tra le bocche del grande drago.

Streghe.
Una parola capace di evocare immagini terribili e non solo per l’orrore della figura in sé.
Quanti vampiri sono stati uccisi?
Quanti licantropi inseguiti ed eliminati?
Quante streghe sono state bruciate?
La donna orribile che maledice la carne con lo sguardo, l’affascinante ammaliatrice, la concubina del demonio, la portatrice di segni invisibili, l’orco femmineo che ti rapisce da piccolo se non ti comporti come si deve.
Viene la strega.
Quale altra incarnazione della paura ha fatto così tante vittime?
Credo nessuna.

Sono passati secoli, da quegli orribili delitti, e il timore delle streghe, nella normale pragmatica esistenza, si è andato spegnendo come i roghi che le consumavano. Braci di quella paura ardono ancora nella superstizione, e purtroppo la cronaca nera registra occasionalmente qualche folle atto indirizzato a persone capaci di “mettere il malocchio” o “possedute dal demonio”. Ma la parola strega, in questi casi, non viene quasi mai usata.

Le tre bocche del drago

Le tre bocche del drago

Vittime dell’incomprensione, dell’invidia, della paura, quali che fossero i motivi che hanno spinto gli uomini a uccidere, le streghe sono divenute parte delle nostre storie.

E a Triora, terra per eccellenza di streghe, si ambienta questo romanzo collettivo, che riunisce sotto lo sguardo di Danilo Arona i racconti di Alan D.Altieri, Edoardo Rosati, Giacomo Cacciatore, Gian Maria Panizza, Gianfranco Nerozzi.

Pubblicato nel 2004 dalla defunta Larcher, Le Tre Bocche del Drago è un esperimento narrativo, che si potrebbe, se mi concedete un paragone un po’ particolare, affiancare a quanto viene fatto dai protagonisti del film Inception. Se non lo avete visto, continuate, altrimenti seguitemi.

Lo dice il protagonista nel film, per spiegare una procedura (che riuscirò un giorno a spiegarvi quanto sia simile al processo del viaggio sciamanico) utilizzata per penetrare ciò che si cela nella mente altrui.

Si crea la struttura portante, il mondo del sogno, si porta “il soggetto” in quel mondo e si lascia che lo riempia coi suoi sogni, i suoi segreti.

Questo ha fatto Arona.
Ha preso la sua mitologia personale: gli anziani sognatori che manipolano la trama dell’esistenza con delle Veglie (non è una contraddizione: le veglie del mondo reale sono sogni dall’Altro Lato, e viceversa), le linee energetiche che fungono da conduttori della coscienza, intrecciate nella Schiena del Drago, e ha portato gli Altri Scrittori in questo mondo, lasciando che lo riempissero con le loro storie.

Il risultato?
Un romanzo collettivo, a sedici mani, dove le streghe sono affascinanti e terribili, seducono e fanno impazzire, dove la loro stessa natura biologica viene rivelata, senza che l’arcano potere di cui sono dotate perda di forza sul lettore.

Sicuramente il romanzo non è del tutto omogeneo. Salta all’occhio in alcuni casi il cambio di stile, pur ammorbidito dalla presenza della cornice, creata da Arona. Quello che ne esce è comunque uno sguardo intenso sul mondo delle streghe, che lascia più domande che risposte (Lilith, il situs viscerum inversus, la Signora delle Mosche), cosa che apprezzo molto in un libro.

Gustoso anche il finale fantascientifico, lasciato giustamente nelle mani di Altieri, che fonde la sua passione per i futuri tecnologici con il misticismo di fondo (come farà anni dopo in un altro esperimento antologico di Arona, quel Bad Prisma dove il fondamento del male, Melissa, è un’altra forza connessa all’Altro Mondo e, a conti fatti, una forma di strega).

Blue Siren di Danilo Arona

Riprendo la recensione del volume Bad Visions di Danilo Arona, dopo aver dedicato un post al primo romanzo che lo compone, La stazione del dio del suono, è arrivata l’ora di Blue Siren.

Bad Visions di Danilo Arona

Bad Visions di Danilo Arona

Prima di passare alla recensione devo però fare una confessione. Non ho mai letto quel Giro di vite di Henry James, che molti inseriscono addirittura in una ipotetica lista di libri fondamentali sulle storie di fantasmi. L’importanza di tale romanzo breve in questa sede è presto spiegata: il lavoro di Arona si basa per gran parte proprio sulla storia della magione di Bly e i suoi peccaminosi ed ectoplasmici (presunti) abitanti. Mi sono documentato sul romanzo, leggendo il possibile. Vediamo se riesco a non dire menate nel prosieguo di questa recensione.

Come accade in molte delle sue opere, Arona, affascinato dalla natura prismatica della realtà, costruisce una struttura multidimensionale, nella quale la parte tratta da Giro di vite è solo uno dei lati.
Tornano, in Blue Siren, le leggende metropolitane, Bassavilla, la malefica (maledetta?) Melissa Parker (Prigione).
Torna l’uso dell’archetipo e la sua diffusione attraverso i piani dell’esistenza, con un brano particolarmente interessante, dove viene discussa la possibilità che l’archetipo muti e s’incarni in qualcosa di molto diverso dall’originale. (Discorso che mi ha portato alla mente una chiave argentata e un uomo che si tramuta in insetto senziente.)

Ancora una volta Arona dimostra la sua passione per il processo di connessione ed espansione. Che siano storie, punti di vista, coscienze individuali o quella collettiva. Lui le stimola e le collega. Unisce il racconto gotico di fantasmi, narrato attraverso un interrogatorio serrato all’unica indiziata per la morte di un bambino, con le nefaste visioni che seguono l’uso di una nuova droga del “dopo discoteca”.
Per riuscirci, l’autore passa attraverso le altre facce del prisma, che riflettono soffocanti tratti di foresta amazzonica, una coppia di “indagatori del lato oscuro” e la sua beniamina, quella Melissa che potrebbe essere a sua volta solo il riflesso di un’entità inumana, che accede nei punti deboli al nostro piano d’esistenza.
Ma, per poter chiudere tutto in una cassa bella robusta, Arona ha bisogno di qualcosa che prima non c’era. Due, si potrebbe dire, non gli bastavano. Quindi, per sicurezza, lui dà alla storia un terzo giro di vite (e un interessante documento a tal proposito lo trovate qui).

E in mezzo ai misteri, alle morti, alle manifestazioni spiritiche, c’è naturalmente lei, la sirena. L’essere che attrae e uccide, che porta in sé lo stigma della nascita e della morte, divenendo per questo così misteriosa, affascinante e letale.

Magia nera. Biochimica neurale. Leggende metropolitane. Un cult della narrativa di genere.
Cosa altro si può volere in un unico romanzo?

La stazione del dio del suono di Danilo Arona

Procede lenta ma inesorabile la mia opera di esplorazione dei mondi creati dallo scrittore italiano Danilo Arona. Limitato per ora al fantasy Pazuzu e all’antologia da lui curata, Bad Prisma, non ero entrato in contatto con le sue storie più note e articolate, che hanno originato e alimentato il Ciclo di Bassavilla.

Ho deciso di recensire i due romanzi, La stazione del Dio del Suono e Blue Siren, contenuti nel numero 11 di Epix, perché di due lavori diversi si tratta, e intendo dedicare a ognuno lo spazio che merita.

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Tralasciamo il titolo dato alla raccolta.
No dai non tralasciamolo, figlio di una tendenza nostrana a italianizzare i nomi dei film anche quando non ce n’è bisogno e americanizzare quando serve ancora meno.
Sarà poi che ad aggettivi si stava corti da quelle parti, per cui se la raccolta horror curata da Arona è Bad (Prisma) le sue visioni non possono essere che Bad (Visions).
E tutto questo quando sottomano c’è un titolo come La stazione del Dio del Suono che da solo varrebbe qualche applauso. Vuoi per la molteplicità del termine stazione (la stazione dei treni di Piano Orizzontale, ma anche stazione radio, stazione di trasmissione e ricezione, terminali di una comunicazione sulle ‘linee sincroniche’, stazione musicale dove fanno girare i pezzi più malati del DJ Mix-Master Soul… tutti elementi su cui si poggia questa storia). Vuoi perché a me l’idea di un Dio del Suono che trasmette su qualche frequenza radio evoca visioni misticheggianti, con carovane di fedeli in marcia, al ritmo dei pezzi migliori del Signore del Rock’n’Roll.

Il romanzo, in breve, tratta di una congrega di persone che si riuniscono per raccontarsi delle storie. Solo che non è (per una volta, spiacente per quelli “del Club”) né la storia, né chi la racconta, a essere importante, ma dove viene fatto. In questo caso è l’incrocio di energie mistiche che proprio lì da luogo a un punto nodale, che scatena il cambiamento della realtà, attraverso i racconti dei protagonisti.
Così nel mondo facciamo la conoscenza degli assassini delle farfalle, del dee jay satanico Mix-Master Soul, di una Ibiza affascinante e letale.
Arona scrive storie che narrano di storie che modificano la realtà delle storie stesse.
Può sembrare complesso eppure l’abilità con cui lo fa riesce infine a evocare il risultato migliore: costringere il lettore ad alzare lo sguardo dalla pagina per capire, preoccupato, in che punto (nodo?) di quel flusso di narrazione entropica egli stesso si trova. E quali conseguenze (sicuramente nefaste) può avere raggiungerne la conclusione.

L’anima del libro è proprio nello sviluppo di questo concetto: l’influenza della narrazione sul mondo reale e del mondo reale (di quella che potrebbe essere la sua anima che pulsa in linee d’energia attraverso tutto il globo) sulla fantasia.
Danilo Arona ha dalla sua un’abilità notevole nel creare miti e leggende, urbani pur nella loro archetipica antichità. Sfruttando storie reali, intrecciandole con la fantasia e la mitologia, il romanzo getta sul lettore una ragnatela di indizi che lo costringono a una continua rilettura di ciò che sapeva sui personaggi, in una corsa verso la speranza di scoprire (almeno) una verità.
Eppure, sembra dire Arona, non c’è modo di arrivare a quel punto fermo. In un cosmo dominato da forze (il Drago) che ci usano e che noi usiamo inconsapevolmente e, come capita ai protagonisti del romanzo, a volte tentiamo di piegare (inutilmente?) al nostro volere, tutto è mutevole.

Se la prima parte del romanzo presenta questi concetti (e nell’insistere su usi e proprietà delle linee sincroniche trova uno dei pochi difetti del libro), la seconda è un totale intreccio di piani d’esistenza, che donano alla storia stessa una certa ciclicità. Tutto condito da elementi che permeano l’intero libro: la musica (della quale Arona ha di certo una vasta conoscenza), l’erotismo (in molte forme, spesso intense e anche bizzarre), la follia umana (e un certo inconscio bisogno di arrivare a una fine apocalittica, personale e globale).

Il giudizio complessivo, credo si sia capito, oscilla tra l’ottimo e l’entusiastico per un libro denso di concetti, che spinge a fare le proprie ricerche, per capire dove si ferma la realtà dei fatti.
Lì dove iniziano la mente di Danilo Arona e la musica martellante del prossimo rave di Mix-Master Soul.

Bad Primsa di AA.VV.

Bad Prisma è un volume della collana Epix della Mondadori.
Difficile scrivere la recensione di questa raccolta.
Finita di leggere da qualche giorno, la sfoglio e giro e rigiro attorno alle idee che ho e a quanto mi ha lasciato la conoscenza di Melissa.
Mi sono imbattuto per caso nella genesi del personaggio, andando a caccia di fantasy italiano, nella collana Draghi, maghi e guerrieri della Delos. Lì ho scoperto Pazuzu, di Danilo Arona, un bel libro che lascia il lettore con numerosi interrogativi, incentrati sulla figura della Madre dell’Oscurità, la misteriosa incarnazione Hassilhem e sull’influenza che questa entità avrà sul futuro del mondo.

Quanto segue, sinossi a parte, è un’impressione generale sul libro, che conterrà anche qualche spoiler, necessario per spiegare cosa e perché mi è, o meno, piaciuto.

Chi è Hassilhem? Che cosa rappresenta questa malefica entità proteiforme? Quale arcano la tiene confinata in un prisma di tenebra? Quale enigma celano le sue continue apparizioni nei tempi più terribili della Terra? Quale suo potere demoniaco riesce a scatenare la furia omicida dell’uomo? Dalla decadenza del Giappone imperiale alla Vienna inquietante di Sigmund Freud, dalla tetra provincia del Ventennio nero alle strade maledette della mafia, da un esperimento comportamentale suggellato dalla sterminio ai feroci campi di fuoco del Medio Oriente fino all’ultimo, disperato giorno dell’umanità ecco la saga senza tempo dell’imperatrice del Male Assoluto.

Con un breve riassunto dei fatti già narrati in Pazuzu tutto ha inizio, in un alternarsi di racconti decisamente di buon livello. Leggendone alcuni mi son trovato a invidiarne la capacità di relazione storica, dal momento che molti si riferiscono a fatti avvenuti nel dopoguerra e riescono a calare il lettore in quel periodo, attraverso piccoli particolari e suggerimenti inseriti a dovere.

Per realizzare questa antologia Arona ha riunito un nutrito gruppo di autori, lasciando che scrivessero di questo personaggio, Melissa, che dovrebbe incarnare il Male Assoluto, una sorta di divinità, un essere potente che dapprima è stato imprigionato in un cristallo piovuto dallo spazio (il Prisma del titolo) per poi fondersi con una sciamana cieca, incarnandosi in un essere ancora diverso.
Dov’è l’imperatrice del Male Assoluto in quei racconti?
Non c’è o almeno io non l’ho proprio trovata.
Il problema più grosso che ho trovato, invece, nel rapportarmi con questa antologia, è dovuto proprio alle anticipazioni, all’antefatto, ai dettagli spaziali-esoterici, all’immagine di questa creatura semi divina, al suo prisma metafisico, all’involucro di carne che ora la conduce nel mondo, all’attesa che i racconti riprendessero questi elementi, espandendoli, raccontandoli, ampliando il mito dell’entità e non della sua incarnazione umana.

Invece, racconto dopo racconto, ho capito che l’essere conosciuto come Melissa è un’anima persa, imprigionata in un limbo dal quale non riesce a uscire, se non a brevi tratti, per vendicarsi dei torti subiti. Questo essere/divinità/donna incarna il principio dell’innocenza distrutta, ciclicamente protagonista di un ruolo destinato a essere interrotto in maniera violenta, quindi vittima prima di vendicatrice, tristemente predestinata prima che “malefica”.
Questo non è un male, anzi, ma mi ha costretto a rivedere le aspettative, nate leggendo Pazuzu e la sinossi di Bad Prisma, adattandomi a qualcosa di molto diverso da quanto mi aspettavo.

Iniziamo da cosa secondo me non va.
Nonostante il livello dei racconti, in media, sia decisamente superiore a quanto letto in altre pubblicazioni antologiche, non tutti riescono a brillare, per idee e realizzazione.
Un po’ troppe storie “autostradali”, che riecheggiano gli stessi concetti e, alla lunga, fanno scemare la tensione che la presenza della “imperatrice del Male Assoluto” dovrebbe far provare.
Non ho digerito proprio il pezzo di Alan D. Altieri, dialogo serrato di guerriglieri futuristici, che speravo si dedicasse più a lasciar trapelare le sensazioni e la visione del mondo distrutto dalla guerra, piuttosto che concentrarsi tanto sui vari insulti tra comilitoni e pacche sulle spalle tra chi ha il fucile più grosso.
Allo stesso modo non ho trovato essenziali le altre parti “fantascientifiche”, come l’entrata nel cyberspazio e la missione spaziale verso Marte, dove Melissa sembra cacciata a forza, elemento estraneo e non necessario.

E veniamo quindi a cosa funziona.
I capitoli della storia che ho preferito sono quelli che, pur facendo parte del continuum di fondo, chiudono quanto aprono, permettendo un’occhiata affascinante e cupa a ciò che Melissa potrebbe essere e a quanto si lascia alle spalle.
Tra i vari capitoli mi sono rimasti veramente impressi il caso della Vienna che stilla acqua marcia di Alessandro Defilippi, della riuscitissima e agghiacciante gita sulle dolomiti di Andrea G. Colombo (tra l’altro leggere l’antologia a qualche chilometro dal paese dove inizia la sua storia, Moso, sortiva una certa inquietudine) e del regno sotterraneo e dimenticato, dove si erge un trono fatto di ossa e rifiuti, di Gian Maria Panizza.

In conclusione
Qualcuno ha parlato di pietra miliare nell’horror italiano, antologia epica di narrativa meta gotica e altro ancora. Non entro nel merito di tali affermazioni, in quanto sicuramente non ne ho le basi, e sinceramente nemmeno capisco bene che cosa vogliano dire (meta gotica proprio non so cosa sia, magari segnalatemi qualche altro libro meta gotico, le pietre miliari, a mio avviso, si vedono sulla distanza, quando ci si è sopra è difficile valutarne oggettivamente le dimensioni e l’utilità).
Quello che posso dire io è che questo è sicuramente un libro da avere, per un pasto (finalmente) saporito, che non è horror, se non in alcuni bocconi ma ha (e secondo me per fortuna) il sapore malinconico delle storie delle valli, dei segreti nascosti nelle cantine umide, e delle forme più strane che assumono le nostre colpe.
Come una ragazzina che passeggia sulla strada, bionda, sola, i vestiti gocciolanti acqua e sangue, il cui sguardo vuoto è capace di gelare ogni anima.

L’elenco completo dei racconti.

  • Una storia di genesi di Yon Kasarai (Monte Herat, 4000 anni prima dell’avvento dell’Egira)
  • Kitsune, la donna volpe (Giappone, 1601) di Stefano Di Marino
  • La scomparsa di Melissa Prigione (Italia, Bassavilla, 1925) di Danilo Arona (snodo)
  • Berggasse 19 (Austria, Vienna, 1925) di Alessandro Defilippi
  • La buca del settimino (Italia, Bassavilla, 1948) di Danilo Arona (snodo)
  • Il passato è davanti a noi (Italia, Bassavilla, 1948) di Giorgio Bona (Italia, Bassavilla, 1948)
  • L’ultimo colpo di pistola (Italia, tra le provincie di Pavia e Bassavilla, 1967) di Angelo Marenzana
  • La settima notte (Italia, Bassavilla, 1976) di Bob Orsetti
  • Le bambole non uccidono (Modena, 1987) di Barbara Baraldi
  • Le bambole uccidono (Bassa romagnola, 1989) di Gianfranco Nerozzi
  • Il tratto nero (Italia, Palermo, 1993) di Giacomo Cacciatore
  • La fiammiferaia (Italia, Bassavilla, 1998) di Giuliano Fiocco
  • 29 dicembre 1999 h. 5, 20 (snodo) di Danilo Arona
  • Dalla nebbia (Italia, nel triangolo di Melissa, 1999) di Mauro Smocovich (snodo)
  • La forcella del diavolo (Val Pusteria, Bolzano, 2007) di Andrea G. Colombo
  • M3li$$@ (Cyberspazio, 2007) di Alessio Lazzati
  • La decima arcata (Italia, Bassavilla, 2008) di Gian Maria Panizza
  • Melissa’s Syndrome (Italia, nel triangolo di Melissa, oggi – è l’oggi del lettore…) di Edoardo Rosati
  • Melissa Project di Novelli e Zarini
  • Zona Zero (Iraq) di Alan D. Altieri
  • L’ultima fine d’estate (Monastero di Thule, nord del mondo, nell’ultimo giorno dell’umanità) di Claudia Salvatori

La grammatica della fantasia di Gianni Rodari

la grammatica della fantasia di Gianni RodariÈ di nuovo sabato ed è di nuovo tempo di recuperare dal vecchio blog una recensione. Questa volta ho scelto un “manuale”, o almeno questo era quanto io pensavo fosse quando l’ho acquistato. In realtà, come leggerete, ci ho trovato molto altro e continuo a consigliarlo come lettura, proprio a persone che non scrivono.
Nella ricerca di libri che trattino dello scrivere e del creare storie mi è stato suggerito questo volumetto di Gianni Rodari, che raccoglie i testi degli Incontri con la Fantastica tenuti negli anni ’70 a Reggio Emilia dall’autore.
Continua…